Il disegno

Proprio come il gioco non è un semplice passatempo per il bambino (si veda l’articolo Gioco e Giocattoli), anche i suoi primi scarabocchi non sono fini a sé stessi ma celano un messaggio che rischia di rimanere incompreso allo sguardo superficiale degli adulti.

Leggere i disegni dei bambini è un’arte che tutti gli educatori dovrebbero preoccuparsi di apprendere per poter comprendere nel profondo il bambino che gli è stato affidato.


Un testo eccellente per avvicinarsi all’interpretazione dei disegni dei bambini è Il linguaggio degli scarabocchi di Michaela Strauss, edito da Filadelfia.

Questo prezioso libro nasce in realtà dal lavoro di suo padre Hanns Strauss, pittore legato al movimento pedagogico steineriano, che per quarant’anni studiò i disegni dei bambini, arrivando a raccoglierne oltre 6000. Le attente osservazioni di Strauss lo portarono a comprendere che esiste un linguaggio comune nella rappresentazione grafica dei bambini, indipendentemente dalla cultura di appartenenza, proprio come abbiamo visto accadere per le prime forme di balbettio (vedi Il primo settennio).


Il primo gesto grafico di ogni bambino è lo scarabocchio, che guardato più attentamente riproduce due tipi di movimenti: rotatorio e oscillatorio. Il bambino non sta tentando di riprodurre qualcosa di reale ma sta dando manifestazione di quello che vive in lui, in questo caso un’esperienza fortemente ritmica e movimentata. Questi stessi movimenti erano stati fino ad allora riprodotti dal suo sguardo e dalle sue mani e dai suoi piedi sgambettanti.

Inizialmente è la sfera l’elemento più rappresentato, con la quale il bambino è ancora profondamente legato (si trovava fino a poco tempo prima nella pancia sferica della mamma e lui stesso presenta fisicamente forme spiccatamente tondeggianti).

Fino ai 3 anni dunque non c’è intenzionalità rappresentativa e non è quindi in grado di commentare il contenuto dei suoi disegni con l’adulto.

A partire dai 3 anni si desta la fantasia e il bambino comincia ad associare le tracce che lascia sul foglio con quanto la fantasia gli suggerisce in quel momento. Questo è il motivo per cui può capitare di sentirsi “spiegare” lo stesso disegno in modi differenti: quella che prima era la mamma può diventare un’automobile ed in seguito un dinosauro.


Fra i 3 e i 5 anni quello che conta è il processo (proprio come abbiamo visto essere importante a questa età il processo di giocare e non l’utilizzo del gioco perfetto), i bambini non disegnano per realizzare un’opera d’arte e non sono interessati al riconoscimento bensì all’atto creativo in sé. Solo a partire dai 5 anni inizia a manifestare esplicitamente l’intenzione di quello che vuole rappresentare prima di iniziare il disegno, proprio come accade ancora una volta in parallelo con il gioco: adesso il bambino ha prima l’idea di ciò a cui vuole giocare e poi si preoccupa di realizzarla.


Ciascuna di queste tre fasi: prima dei 3 anni, dai 3 ai 5 anni e dai 5 ai 7 anni è caratterizzata da un certo tipo di rappresentazioni, vediamole una ad una.

Nella prima fase predominano la retta e la curva, le forme da cui originano tutte le altre (non a caso la prima lezione in I classe nelle scuole steineriane riguarda proprio questi due elementi).

Le rotazioni si muovono dall’esterno verso l’interno e lentamente i vortici prendono forma di spirali. La prima conquista grafica, che giunge in parallelo con il riconoscimento di sé stesso come entità separata dal mondo è la chiusura del cerchio. Quando arriva a chiudere il cerchio il bambino ha isolato una porzione di spazio dal resto, adesso sa dire IO a se stesso.

Fisiologicamente fra i 2 e i 3 anni di vita abbiamo la sutura delle due ossa frontali del cranio: la coscienza del bimbo piccolo che era ancora sognante e aperta verso il cosmo, ora si ritira dietro questa parete frontale che si chiude; il bambino illustra questo processo disegnando un cerchio chiuso.

Anche il secondo movimento ricorrente negli scarabocchi dei primi 3 anni, quello oscillatorio, da caotico si direziona lentamente evidenziando sempre più l’oscillazione orizzontale e quella verticale, fino a giungere all’incrocio vero e proprio che documenta la conquista della posizione eretta nello spazio.

Disegnando la croce, il bambino ci mostra che ha trovato un equilibrio fra il suo corpo e l’ambiente circostante.

Successivamente al centro del cerchio chiuso viene posto un punto oppure una croce, a seconda che il bambino stia lavorando di più sull’aspetto animico (con il punto, andando a ricreare il simbolo archetipico del sole) oppure su un piano più fisico (con l’incrocio, che riproduce il simbolo della terra).

Nella fase mediana l’incrocio si trasforma in reticolo, che indica un lavoro di ossificazione in particolare nella zona del tronco: colonna vertebrale e cassa toracica. A questa età, fra i 3 e i 5 anni, il bambino chiede esplicitamente che gli siano dati dei “ritmi”. Va volentieri sull’altalena, ama farsi raccontare più volte la stessa storia, vive con tutto sé stesso in un elemento di ripetizione e ce lo mostra anche attraverso i disegni.

Compaiono scale e reticoli e dal punto in mezzo al cerchio escono raggi che superano la periferia del cerchio stesso: il bambino è pronto ad aprirsi al mondo circostante andandogli incontro.


A 5 anni inizia a prevalere la spinta a rappresentare qualcosa di reale e nei disegni compare sempre più frequentemente il triangolo.

Le tappe fino a qui seguite vanno quindi dalla conquista del cerchio, al rettangolo ed infine al triangolo.